Tana
Qui il tempo è dei giorni che passano pigri
Sapore di sale, sapore di mare, mentre leggo un libro con la testa appoggiata sulla sua schiena. Lei fa lo stesso e sembra assorta nella lettura. Io non riesco a concentrarmi sulle parole. Dicono qualcosa riguardo alla benevolenza cosmica. Il protagonista vuole liberarsene. Non vuole che tutto gli vada liscio. Preferisce il caos, l’incertezza, il male. Io ho lei e il mare adesso. Un istante di estrema benevolenza da parte del cosmo. Gli istanti sono momenti di eccezionale brevità. In qualche modo sono riuscito a dilatarlo il più possibile, l’ho stirato con tutte le mie forze fino a renderlo uno spaghetto sottile, così fine da risultare impercettibile. Mi sono convinto di aver superato le leggi gravitazionali, lo spazio e il tempo per non farlo terminare. Ma il cosmo mi ha riportato coi piedi per terra, sussurrandomi all’orecchio che è solo un attimo. È solo un attimo, lo giura.
Stiamo galleggiando nel verde torbido dell’Adriatico. La guardo in controluce. Gli occhi spaccati dal sole si riducono a due fessure che riconoscono in lei una sagoma dai dettagli bruciati. Vorrei aprire gli occhi per fare entrare più luce possibile, per vedere un po’ della sua, ma il sole me lo impedisce. Potessi spegnerlo come un mozzicone di sigaretta sotto alla lingua, lo farei. Diamine se lo farei, a costo di ustionarmi e non poter più parlare per settimane, mesi, anni. Meglio il silenzio del mio sguardo lucido su di lei che parlarmi, parlarmi, parlarmi addosso. Parole al vento, parole nel vuoto.
La sovraesposizione è diventata insopportabile, così fuggo via facendomi strada fra alghe e meduse. Nuoto a rana. Una rana che per quanto nuoti verrà comunque lessata dalla lenta ebollizione del mare. Una fine certa, come quella di Atlantide. Se Verlaine era l’Impero romano alla fine della sua decadenza che guardava passare i grandi barbari bianchi, io sono Atlantide in attesa dell’onda anomala nata all’orizzonte che mi avrebbe spazzato via per sempre, condannandomi agli abissi. Una fine certa, ma mica lo sapevo, ancora. Nella mia testa continuava a risuonare Senza fine di Gino Paoli. Senza fine lei trascina la mia vita, e senza un attimo di respiro ritorno da lei sbracciando come un pazzo. La prendo tra le braccia, facendola fluttuare sul pelo del mare. Mi ritrovo a sostenere un corpo così leggero e fragile che se non fosse stato saldamente racchiuso dentro a un costume da sirena avrei avuto una paura fottuta che mi si sciogliesse tra le mani, sciogliendosi nell’acqua in una soluzione purissima. Cantando piano e con la voce incerta le dico che per me lei è un attimo senza fine, che non ha ieri e non ha domani. Tutto è nelle sue mani, ormai. E non m’importa della luna. Non m’importa nemmeno delle stelle. Lei per me è luna e stelle. Lei per me è tutto quanto, tutto quanto io voglio avere.
Con gli occhi chiusi mi abbozza un sorriso. Sta per dirmi qualcosa, ma una scia di schiuma putrida si avvicina a noi, rovinando il momento. Giurerei fosse sperma di balena, di un esemplare rarissimo, lontano parente del grande cetaceo estinto nel Giurassico dal cui didietro fuoriusciva un filo vaginale sul quale un tempo mi fingevo equilibrista, compiendo acrobazie sul fondo dell’oceano per fuggire dai miei persecutori di una vita. Solo una volta entrato nel suo buco filante avevo trovato un po’ di pace. Ma la pace è destinata a non durare, e quando la mia presenza lì dentro era diventata troppo bruciante per il cetaceo, mi ha espulso dal suo orifizio dandomi un bacio di Singapore, come se fossi sperma qualunque, il veleno sputato dagli uomini nel corpo delle donne, ricco di tossine, portatore di malattie incurabili, potenzialmente fatale, in grado di iniettare dentro di loro parassiti minuscoli che si nutrono della loro linfa vitale per nove mesi, crescono, e una volta aver sfregiato irrimediabilmente i loro corpi, le abbandonano, liberi di perpetuare gli stessi crimini dei loro padri, senza un minimo di riconoscenza per i corpi che li hanno custoditi con cura e per cui hanno sacrificato cuore e anima.
Eppure molte donne non riescono a rinunciare a quel veleno caldo e appiccicoso. Lo vogliono sentire bruciare dentro, lo vogliono in bocca anche se il gusto è terribile, lo vogliono sulla faccia anche se rende ciechi. A volte è meglio non vedere, non sentire, non toccare. Pure io mi sono arreso al mio ruolo di untore. Mi è piaciuto il brivido criminale, e c’ho preso gusto. Forse quella notte di luglio era meglio girarsi dall’altra parte, spegnere la luce e dormire. La mattina dopo non ci avrei più pensato, e nemmeno le settimane a venire. Mi sarebbe rimasto l’immobile ricordo di qualche tempo prima, una stretta di mano innocente in mezzo a un pubblico ignaro. Sì, sarebbe rimasto l’eterno bagliore all’interno di una mente immacolata. Il più bel ricordo dello scorso anno, come ero convinto lo sarebbe stato il sorriso di una semi-sconosciuta in un bus quest’anno. Sorriso che ho scambiato per un segnale di resa, sono tua, fai di me ciò che vuoi, per poi scoprire solo in seguito del fatale inganno. Sorridere agli sconosciuti nei mezzi è fondamentale per la sopravvivenza delle donne. Quello o l’indossare un giubbotto in kevlar sotto al vestito per poter respingere le coltellate sferrate da uno psicopatico seduto dietro di te che ti pugnala al petto solo perché sei troppo bella, troppo bianca, troppo sola, e tu non ti rendi nemmeno conto del perché stai morendo soffocata dal tuo stesso sangue e l’unica cosa che riesci a fare è portarti le mani in volto incredula mentre la luce abbandona i tuoi occhi e lentamente ti accasci a terra priva di vita, nel frattempo il tuo assassino se ne esce alla prima fermata utile come se niente fosse, senza manco scrollarsi il tuo sangue di dosso.
Ora quel tenersi per mano, quel piccolo ricordo, quel bagliore tanto innocente da sembrare una lucciola in mezzo a un blackout, è stato soppiantato dai fari di una metropoli sempre sveglia, con il cielo arancione pure a mezzanotte. Non essersi girati dall’altra parte ha portato a un’insonnia accompagnata da un’insensata vitalità. Forse dovrei andare al di sopra del bene e del male, come dice Nietzsche, che ha ritrovato la gioia solo dopo aver abbracciato un cavallo ed essersi arreso alla sua pazzia, o come canta Franco in una sua famosa canzone, fare come un eremita e rinunciare alle proprie passioni.
L’era del coniglio bianco, un coniglio tutto agghindato che fugge dai propri guai in un campo di solitudine, con un orologio da taschino in mano. Lo seguo fino a buttarmi a capofitto nella sua tana. Cado nel vuoto per diverse centinaia di metri, con la speranza di arrivare in un mondo pieno di meraviglie, dove il cuore batte sempre a un ritmo accelerato, dove la bocca è sempre aperta alla ricerca di un bacio, dove le leggi della logica e della fisica non esistono. Alla fine sì, cado sempre in buco. Stavolta la caduta sembra infinita, le budella spappolate al limite di esplodere, le guance schiacciate e vibranti per la forza dell’aria, gli occhi chiusi. Si sopporta l’inverosimile se si ha la convinzione che poi si raggiunge un posto migliore. Ma non sapevo di essere entrato in un imbuto, una voragine che non lascia scampo. Le pareti si fanno sempre più strette e accidentate. Pareti di una roccia fredda e contundente, che mi gratta le spalle e le braccia fino a farle sanguinare, mi rompe le costole. Mi blocco appeso a testa in giù, con la faccia gonfia e tutta rossa, che protende verso un luogo irraggiungibile, bloccato dal mio stesso corpo martoriato, imprigionato in una fessura strettissima, in una passione simile al Cristo. Amen.
Vais



